A proposito del globalismo

cubo rubik3Se globalismo è un insieme semplificante il controllo allora è immagine che contiene tutto ciò che staziona nel mondo. Solo un’immagine: un quadro con una cornice e cose dipinte, o un acquario con i suoi pesci. Un contenitore. Messa così la cosa è banale, ma se poniamo la nostra attenzione sul perché del suo apparire come immagine, essa rimanda al “globalizzare”, che è l’insieme delle azioni che l’uomo fa per imporla come centro del mondo sociale e politico. Sono quindi le azioni che servono al parto e alla crescita di questa immagine che vanno osservate. È il costringere il movimento storico all’interno di queste azioni che va giustificato. La sua giustificazione non richiede molta fatica ed ha ragione unica nella paura di uomini, convinti che esista il potere, di perdere la loro posizione dominante; paura dovuta all’aumento smisurato di “cose” che popolano il mondo. Tecnica e scienza hanno immesso nella vita umana una serie di oggetti impossibile da collocare nel modo di esistere degli uomini senza uno sconvolgimento di questo; controllare ciò è complicato, e sempre più lo sarà, dall’aumento gigantesco degli abitanti del pianeta. È invece difficile il comprendere cosa muova la mente umana nel procedere verso questo riempire e controllare simultanei. Difficile se non ci rendiamo conto del potere che hanno le scelte che noi facciamo, dettate sempre dalle regole del gioco dell’avere e dell’essere. Il gioco è il plasma in cui è immersa l’esistenza umana, è quel sentire particolare dell’ultimo Wittgenstein, è immanente, si fa carne nella regola formatrice del mondo. Sta nel dubbio di cosa scegliere, la chiave per avvicinarsi alla sostanza dell’agire umano. Di fronte alla scelta io porto con me, presentandomi a lei, il mio ruolo di giocatore determinato dal corpo e dalla mente: questi sono i due ricettori della realtà. Ricevendo stimoli e attrazioni verso l’esterno essi si modellano in una dimensione che crea il fotogramma del presente, ponendo l’individuo al centro del possibile. Quindi del dover scegliere. Ma se regola c’è, già data, che forma il divenire, è possibile la libertà? Questa benedetta regola è qualcosa che tutti hanno cercato, e che come un’anguilla risulta impossibile da afferrare, sfugge sempre a chi cerchi di fondare una visione del mondo esauriente. Schopenhauer sorrideva della nottola di Minerva hegheliana, la quale compare quando tutto è già dato. La razionalità non ha senso se intesa come ordinatrice del mondo, né lo ha come soluzione alla comprensione di quello. La razionalità è un aspetto del gioco, una sua possibile intelaiatura. È sintomo del disagio che provoca l’impossibilità di essere a monte del divenire. E’ la scintilla provocata dal corto circuito soggetto – oggetto. Il pensiero non lo creiamo ma appare senza che a priori noi si possa applicarvi il controllo; non controlliamo la sua produzione ma il suo essere già dato. Per poter esaurire la ricerca sul mondo occorrerebbe esserci mentre il pensiero si forma, occorrerebbe identità tra soggetto e oggetto. Dovrei essere il mio cervello, e invece sono solamente il suo rumore. Quindi siamo solo il suono del pensiero. La razionalità è il tentativo di non affogare in questo oceano di niente. Se parlo di queste cose viene il sospetto che tutto questo, visto quello che dico, non abbia senso in funzione di una comprensione esauriente del mondo. E in effetti è così. Infatti se io non sono il mio pensiero è evidente che ciò che dico non ha fondamento nella volontà del sé: quello che scrivo esce al mondo senza una giustificazione. Ma questo rimanda al problema del linguaggio, nel senso che il linguaggio non corrisponde al mondo, come invece vorrebbero farci credere i logici moderni, Wittgenstein compreso. Il linguaggio è un sintomo di dualità non risolta nell’unità. Il gioco invece è altra cosa è sempre sintomo, ma del mistero dell’essere. Il gioco è inesprimibile perché nasce prima del mondo, è una regola ludica arrecante sollievo all’ipotesi di un creatore: “io intuisco il creatore, entrando nella noia infinita di un universo vuoto, o meglio in un universo dove esiste solo coscienza senza esperienza dell’esistere nel limite”. Il gioco è immaterialità energetica annoiata. Il linguaggio è quindi qualcosa da distruggere, è l’ostacolo che ci separa dalla consapevolezza unitaria.

Vedremo…

 

Da Venerio
Aurelio Visconti
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