Ancora sul globalismo

conchiglieSenza scomodare archetipi o forme primigenie o simboli geometrici, per avvicinarsi meglio all’essere, credo sia opportuno lavorare per immagini, cercando così di narcotizzare il linguaggio. Dal nulla appare un rumore, un suono, come una scintilla che schizza via dall’attrito di due corpi, e subito l’essere la ricopre di immagini sonore; è un processo legato imaginificamente all’azione dei bivalvi che coprono i corpi estranei con bicarbonato di calcio. Si crea così un nucleo centrale dove risiede l’anima del mistero, il suo rantolo. I cerchi concentrici che lo ricoprono sono linguaggio, e servono a impedire a quel rantolo consapevolezza locale, e di poter fuggire, o poter far danno alla gabbia che lo circonda. L’unica vera differenza tra la sua condizione e la nostra è che qui io invento un’origine esterna per giustificare il suo apparire come estraneità. In effetti noi entriamo nel gioco senza un’origine esterna. Anzi senza origine. Si appare. Siamo, così, isolati e bloccati in una perla che ci inganna costruendo intorno al nostro nucleo conoscenza: illusoria comprensione dominatrice della nostra condizione. Questa dominazione è la vera gabbia da distruggere: ciò che io scrivo è la ricerca di una via, di un sentiero da percorrere, per poter farlo. È una cosa inutile. Ciò che è utile è necessariamente inutile nel mondo dell’avere. Ecco perché l’uomo è così convinto del valore dell’utile-inutile. Tempo e spazio sono la traccia vitale del corpo-universo dell’ostrica che produce l’opalescenza del linguaggio: sono una sola unica impronta. Sono il suo odore. Il linguaggio è suono anche quando è muto. Il senso di vago, di stralunata presunzione di queste righe nasce dal tentativo, dall’impossibile visione di un metodo, dall’assurda pretesa di fare ciò che è irrealizzabile: tentare di entrare in cortocircuito, di contorcersi fino a risalire controcorrente il suono della mente: trovare il modo di entrare in anti-attrito con la perla, di auto assorbirsi e fondersi con l’origine. On dois travailler en cachette. Non esiste nessuna dialettica, la strada da percorrere è lastricata da intuizioni fulgide, difficili, nel loro brevissimo bagliore, da cogliere. Se anche la scienza riuscisse a riprodurre un cervello o un suo perfetto lettore, ricostruendo così uomini, o riuscendo ad influenzarli dirigendoli a suo piacimento, farebbe solo un doppione di ciò che già è. Ma sicuramente, con la convinzione di essere nel corretto sentiero del progresso scientifico, creerebbe una fede nelle regole e nel metodo: l’abitudine è la sostanza del culto, dell’avere accademico, così come di ogni altro tipo di avere. Ma regola e metodo purtroppo non esistono se non come eco della dominazione e schiavitù della e nella gabbia. È una sorta di inferno dotato di opalescenza camaleontica, dove le fasi indicizzate di rifrazione sono lo spazio e il tempo. Se il sentiero dell’essere sarà coperto dal sottobosco di una scienza non in aiuto della ricerca di una via d’uscita dal mondo dell’avere, forse alcuni raggiungeranno l’immortalità, ma questa sarà solo la ripetizione, nel tempo spazio della gabbia, dell’uomo inconsapevole, con tutti i problemi e la noia che una ripetitività del genere potrà produrre. Il peso dell’esistenza diventerà così insostenibile, fino alla totale distruzione di ogni possibile via d’uscita. La pericolosità di questo sottobosco già la si intuisce ascoltando sempre più spesso parlare di etica della scienza. Ciò è il sintomo del disagio sotterraneo della non consapevolezza che l’uomo ha del bene e del male, cioè dell’essere e dell’avere. L’essere è il nucleo anima imprigionato nella perla. Il suo dibattersi nel non trovare consapevolezza è l’avere. La gabbia è il rapporto tra nucleo e cerchi concentrici perlacei. La conoscenza è il loro attrito. Per la trasformazione di queste parole in politica non occorre grande sforzo, basta riscoprire ciò che dico nelle prime pagine e tutto si fa semplice. Se l’avere è il malessere dell’uomo la sua sostanza è nel numero, nel tanto; per cui un politico sarà tanto più rispettato quanto più gradito sarà al progetto globalista. Questo è il tentativo di far divenire il controllo Dio. È una sorta di epifania anticristica, dove, attraverso il parlare molto e la falsa fusione concettuale dell’avere con la cultura, si tenta di sostituire questo pseudo nuovo insieme (studio, nozioni, informazioni, dati, sapere accademico…) alla profondità.

Vedremo…

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