Quello che non ammazza, ingrassa

bersaglieriVolevo fare la leva tra gli avieri, ma quando mi arrivò la cartolina per partire scoprii che mi avevano mandato a fare il bersagliere. Dal cielo alla terra! La curiosità era tanta, quanto bisognava correre? Ce l’avrei fatta? Ma che tipi erano i bersaglieri?

Si bisognava correre, e correre assai. Anzi sempre. Anche attraversando il grande cortile della caserma mentre i carrisiti ed i cavalieri attraversavano lo spazio camminando come qualsiasi cristiano, i bersaglieri lo doveva attraversare sempre e comunque di corsa. Idem quando si usciva e si rientrava dala libera uscita: uscire di corsa e rientrare di corsa. Per non parlare dei canti. Si cantava marciando, si cantava correndo, si cantava per ogni occasione, perfino in attesa di entrare a mensa.

Ce l’avrei fatta? Non so, a me pareva di molto dura. Fu così che nemmeno dopo un paio di settimane trovai da imboscarmi dichiarandomi “idraulico”. Solo perche sapevo grosso modo qualcosa per averlo visto fare a mio babbo e a mio nonno. Fu una bella storia. Con grande invidia di tutti e 120 commilitoni della mia compagnia. Dovevo sistemare gli sciacquoni nei bagni del compagnia, ma dopo questi denunciai al capitano che mi aveva ingaggiato lo stato pietose delle docce, dei rubinetti….e il lavoro continuò per settimane. Mi ero fatto perfino una specie di ufficio in una stanzetta, che si trasfomrò presto in una cucinetta. Nel senso che non cucinavo, ma preparavo il mio persanale mangiare con i rinforzi che arrivavano da casa, in primis l’olio. Il resto scatolette e verdure le rimediavo in caserma. Ma potevo prepararmi ai miei orari pranzo e cena in tutta comodità e riservatezza con i miei ingredienti. Qualche caro amico come Yoghi (Ippolito Sandri) e Masino Franci, maremmani come me, era via via invitato nel mio ufficio.

Ero in una scuola per sottoufficiali e quindi ci facevano provare le più disparate incombenze che possono capitare in una caserma. Fu così che mi capitò la settimana come aiuto al vettovagliamento. La mattina uscivo con un camion ed un ufficiale per andare a fare la spesa. La spesa era per circa 300 persone! La cosa che mi colpì fu il nostro ufficiale che aggirandosi tra i banchi del pesce si mangiava le sardine crude! Dico le sarde non le acciughe! Mi domando ancora come facesse.

Per sfortuna era un momento in cui le cucine stavano per essere sotituite e allora si cucinava sopra quei bidoni da gasolio, quelli da 180 litri che tanto andavano allora. Si faceva fuoco li dentro e sopra una specie di enorme padella per la cottura. Ci si arrangiava. Per cui, per esempio, siccome stare vicino a quei fusti faceva un caldo insopportabile, le fettine impanate – non dico come – venivano lanciate da una certa distanza dentro il padellone. E vista l’abilità quasi tutte andavano dentro. Quasi tutte.

Ma il bello, si fa per dire, venne vedendo cosa succedeva in altre preparazioni della cucina. Non è che non ci fosse pulizia, o magari buona volonta, ma i mezzi e i metodi mi lasciarono veramente perplesso. In particolare veder come venivno preparate le insalte. Venivano lavate in enormi recipienti e poi sommariamente asciugate e tagliate con una specie di macete. Poi venivano gettate in terra (ma c’erano le mattonelle bianche!) e venivano rivoltate con dei forchetti da paglia dopo che era stao rovesciato sopra un secchiello d’olio e manciate di sale.

Così mi spiegai anche il risultato che poi io vedevo e apprezzavo nei piatti.

Comunque sta di fatto che mangiare si mangiava e certo non ci mancava niente. Poi sarà stata la regolarità, il moto, o magari anche l’età, ma io partii militare che ero 78 chili e tornai che ero 83.

Per la serie: quello che non ammazza, ingrassa!

Da Venerio
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