C’era una volta la Fata Petorsola: la “maledizione” di Santa Fiora

peschiera santa fioraIl territorio amiatino è ricco di paesi di origine antica, disseminato sul suo territorio di bellissimi castelli circondati da mura antiche; ad attraversare questi paesi sono strette stradine ancora in mattoni antichi, che si aprono su terrazze ampie e luminose, da cui si può osservare un panorama mozzafiato: si rimane incantati dalla visione bucolica abbracciata da verdi colline. Paesini di origine antica, perfettamente conservati, che nascondono storie che il tempo stesso ha offuscato, rendendo difficile comprenderne la veridicità. Sono storie leggendarie che spesso uniscono quel mistero e quella paura tipici di ciò che si conosce poco, di ciò che è isolato e lontano dai riflettori delle città. Sono storie leggendarie che ancora oggi sono raccontate. Sono storie come questa.

Tempo fa, nel cuore del monte Amiata, sul crinale di un piccolo colle tra la Fiora e il fosso Formica, si ergeva un maestoso castello con quattro solide torri, che dava la sua faccia più imponente verso le ripe del paese: il suo aspetto era incantevole, avvolto nel suo mantello di cristallo arroccato su un picco roccioso dinanzi allo splendido paese. Nessuno sapeva da chi e quando fosse stato costruito tanto fosse particolare: la pietra rossa di origine vulcanica era infatti diversa dal peperino con cui erano costruite le altre abitazioni. Si diceva che fosse abitato da sole donne ma nessuno le aveva conosciute personalmente. Tra queste abitava la regina delle fate, Petorsola, con la propria figlia (o figlio) e uno grande quantità di amiche streghe-fate. In quel tempo le donne di Santa Fiora, così come le donne di mille altri luoghi e mille altri tempi, si riunivano al forno del proprio paese, e, nel frattempo che il pane cuoceva, si intrattenevano a parlare delle proprie faccende e parlottare, da buone comari, di chi sfortunatamente non era presente. Si racconta, che si recasse in paese, ma solo per cuocere il pane nel forno pubblico, anche Petorsola che, a differenza delle paesane, non dava confidenza a nessuno: era sempre puntuale e silenziosa e per questo non era ben vista dalle altre donne del paese, che al contrario erano chiacchierone e sempre in ritardo, generando scompiglio tra i presenti. Di certo però un atteggiamento così diligente come era quello di Petorsola non poteva passare inosservato e, come si sa, spesso in paese chi si discosta troppo dalla consuetudine diventa subito bersaglio di attenzioni, non sempre positive. E così successe, purtroppo per loro, anche questa volta: le ‘compaesane’ irritate da questo atteggiamento rigoroso, un bel giorno, decisero di fare a Petorsola uno scherzo, per testare fin dove la sua riservatezza fosse disposta ad arrivare: mentre infornavano il loro pane, presero sua figlia e finsero di volerla cuocere insieme al pane nel forno. Per la prima volta però Petorsola reagì: si infuriò e, strappata la figlia dalle loro mani, gridò “Non ho mai visto questa cosa fare, ‘na figlia di fata volerla infornare..!”. Piena di rabbia tornò al castello e, per vendetta, decise che gli abitanti di Santa Fiora non avrebbero più goduto la vista del bellissimo castello, trasformandolo così in un sasso: il Sasso di Petorsola, un monumento magico del Monte Amiata, una rupe solitaria, un masso di ofiolite dalle fogge strane, che ancora oggi si staglia solitario sull’alta valle della Fiora.
Di contro, le fate-streghe per portare avanti la battaglia incalzata dalla propria regina da allora si trasformarono in gatti ed andavano in giro a far dispetti: ancora oggi nella notte si divertono a intrigare le code e i crini dei cavalli del paese e ogni sabato tornano sul loro sasso per consumare i sabba. Come antidoto contro il loro maleficio ancora oggi si usa tenere esposto nelle stalle lo zigulo, un rametto di ginepro con un fiocco rosso: secondo la credenza popolare infatti le streghe trovavano irresistibile contare ciò che di più piccolo e numeroso potessero trovare durante il proprio cammino, attardandosi fino allo spuntar del sole e dimenticandosi così delle molestie nei confronti dei paesani.

Dopo tutto quanto raccontato, chi ha la certezza che i nostri boschi amiatini non siano fatati? Dunque chiunque si avventuri per gli splendidi borghi amiatini apra gli occhi ed il cuore: che siano storie reali o fantastiche, autentiche o alimentate da un popolo chiacchierone, l’esploratore impavido che si addentri tra i borghi e i boschi notturni si ricordi di quanto raccontato in determinate notti, quando la luna piena illumina con luce dorata il crepuscolo e si lasci in ogni caso avvolgere dallo spettacolo della nostra terra.

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