Agli inizi di settembre ho letto un lucido intervento dell’assessore del Comune di Piancastagnaio Pierluigi Piccini, focalizzato sugli eventi turistici organizzati dall’Ambito Amiata; questo mi è utile per provare a fare alcune considerazioni in qualche modo correlate a quanto scritto che, spero, siano altrettanto comprensibili.
L’aspetto che prendo in considerazione – per mia comodità – sono gli eventi culturali che ogni comune dell’Amiata (analizzata come entità, geografica e sociale, omogenea) organizza, in maniera prevalente, durante il canonico periodo estivo. Sono tantissime le cose comprese nei cartelloni che ogni comune compila e organizza per il proprio territorio; spettacoli ed eventi che in alcuni casi sono di buon livello, frammisti ad altri avvenimenti scelti solo come riempitivo per avere, quotidianamente, qualcosa che richiami l’attenzione dei cittadini residenti, invero puntati ad attrarre i turisti e la presenza di chi transita, anche per un solo giorno, da queste parti.
Per l’esperienza acquisita per oltre cinque lustri di residenza in questa realtà, so quanto sia difficile il dialogo, il confronto, il coordinamento dei vari comuni montani anche su cose importanti che attengono alla qualità stessa della vita in questo territorio. L’esperienza di due Comunità Montane, poi diventate Unione dei Comuni, sulla questione sociosanitaria – per citare una cosa concreta – che con difficoltà estreme e poca sensatezza, non hanno mai creato un modello integrato che desse risposte alle esigenze di una popolazione sempre più anziana, quindi oltremodo fragile, è cosa che registriamo quotidianamente. In un momento (peraltro assai lungo) dove le difficoltà economiche spingerebbero ad ottimizzare l’uso di ogni euro per non far diminuire i già minimi livelli essenziali, non si notano segni di miglioramento; per molto tempo si è ricorsi ad una stantia ed orrenda locuzione: fare sistema. Per fortuna non è più usata, perché vuota e priva di qualsiasi contenuto concreto. Almeno questo ci viene risparmiato.
Di contro il termine interlocuzione (Treccani: il prender parte a un dialogo) è sconosciuto, da qui il fatto che ogni singola realtà si organizza in proprio i suoi eventi, le sue sagre e tutto il resto, causando doppioni e sovrapposizioni, tentando di essere più attraenti al fine di acchiappare più presenze possibili. Questo avviene, come detto in precedenza, anche per gli eventi culturali spalmati solo sui due mesi estivi.
Per il resto dell’anno rimangono – per i comuni che posseggono la struttura – i cartelloni teatrali di variegata qualità, non coordinati (ci mancherebbe!) che dovrebbero offrire la risposta onnicomprensiva all’esigenza di cultura della popolazione di ogni età.
La scelta che portò me e mia moglie a scegliere Santa Fiora come luogo di residenza non fu dettata dal caso, fu ponderata perché in quel periodo, la fine degli anni Novanta, questo luogo presentava una vivacità culturale peculiare e non presente in altri luoghi di una Provincia da me conosciuta palmo a palmo; la presenza di gruppi/associazioni che lavoravano tutto l’anno per dare vivacità e assicurare una costante proposta culturale, era un tratto particolare. Questo, accompagnato da pubblicazioni importanti: “Tracce di Santa Fiora”, “Amiata Storia e Territorio”, “Nuovo Corriere dell’Amiata” (alcune per fortuna ancora in vita). Questo nasceva anche, anzi soprattutto, dall’instancabile lavoro dell’associazione Consulta Cultura, con le sue numerose proposte ed iniziative sempre originali e di ottimo spessore, che davano un senso ad un luogo dove era viva la presenza di uno tra i massimi intellettuali del Novecento come Ernesto Balducci, ed anche il segno profondo lasciato da un personaggio politico di grande consistenza come Fernando Di Giulio. Gli eventi nella Sala del Popolo vedevano la presenza di donne e uomini che ben volentieri condividevano la loro cultura, le proprie esperienze – appunto – con il Popolo. Rinacque il già presente Coro dei Minatori, arricchendo il repertorio caratteristico e popolare e l’Amministrazione comunale accompagnava questo importante lavoro d’insieme di donne e uomini santafioresi.
Il tempo passa e anche gli uomini. L’esito fu quello di trovarci, abbastanza velocemente, orfani di quelle esperienze, con un vuoto non più colmato se non dalle cose già ricordate precedentemente. Sarebbe servito uno scatto da parte dell’Amministrazione comunale per agire da catalizzatore per non consentire il disperdersi di quell’esperienza. Con la chiusura di Consulta Cultura è scomparso, non si sa dove, anche il ricco patrimonio di libri, pubblicazioni, quadri, opere grafiche fisicamente contenute in quei locali. Ad esempio si poteva ripartire dal recupero di quei materiali per dar vita nuovamente ad un polo culturale che proponesse un lavoro – appunto – culturale costante, presente tutto l’anno. Qui gli inverni sono lunghi e l’inedia rischia di essere pervasiva, ma non disperiamo, non si può che migliorare con una rinnovata buona volontà. Oltre alle tantissime e tristi fioriere che, al momento, sono la caratteristica prevalente di questo posto, invero assai bello, si può fare di meglio. Proviamoci!
Sergio Bovicelli