Alcuni giorni fa mi capitò fra le mani uno scritto, penso inedito, donatomi dal Maestro Mario Rotellini, già Sindaco di Casteldelpiano negli anni 1995-1999. Ero all’inizio del mio mandato come Sindaco, una ricerca voluminosa che però non riuscimmo a pubblicare. L’ho conservata pensando che rappresentasse una ricerca di grande valore. “I Cioli” è il titolo che secondo Mario meglio la rappresentava.
C’è un filo rosso che lega questa ricerca a ciò che oggi stiamo vivendo. A questo filo vorrei riannodare la riflessione che vi propongo sui processi di immigrazione ed emigrazione che continuano ad interessare non solo le nostre comunità; progresso e agiatezza, miseria e povertà, Stati in pace e realtà dove si consumano guerre sanguinarie, sono le situazioni che orientano le migrazioni che assieme allo sviluppo delle nuove tecnologie costruiranno il nuovo mondo.
Nella sua ricerca il maestro Rotellini parte da un metodo a cui i ricercatori della formazione delle comunità si orientano, lo studio dei cognomi delle famiglie e la loro evoluzione.
Se noi prendiamo l’anagrafe del Comune di Casteldelpiano, ma anche quello degli altri comuni, possiamo comprendere, quanto siamo rimasti noi stessi e quanto siamo cambiati.
Mario che nella sua ricerca, parte dagli statuti del 1571, individua la comunità “Ciola” come un insieme di comunità indigene e migrazioni longobarde determinate dal ruolo che avevano avuto e continuavano ad avere nel nostro territorio, in questa parte della Toscana.
Alla fine della ricerca anno 2009, le famiglie “Ciole” che risultano dagli archivi storici, insediate a Castel del Piano con radici dall’inizio del 900, saranno più o meno trecento, rispetto ad una popolazione di oltre 4.800 abitanti.
Un lungo periodo che Castel del Piano ha vissuto, è passato da una popolazione superiore ai 10.000 abitanti ai quasi cinquemila attuali, epoche in cui emigrazioni ed immigrazioni si sono intrecciate fondendosi ed hanno contribuito al formarsi della comunità attuale.
Se a distanza di 16 anni mi pongo la domanda di quante sono le famiglie di origine “ciola” che, dalla metà del secolo scorso, vivono qui, mi rimarrebbe molto complicato definirle.
Allora occorre indagare sulle complessità dei due fenomeni che stiamo vivendo, da una parte l’emigrazione storica che ci caratterizza e dall’altra i processi d’immigrazione che insieme ci trasformano e ci preoccupano.
Se rivolgiamo lo sguardo alla nostra emigrazione mai interrotta, e continua ancora oggi, varie sono le fasi che abbiamo vissuto dopo la nascita della Repubblica.
Dopo la guerra tanti nostri cittadini prendono la via dell’Argentina, del Canada, degli Stati Uniti, per cercare un futuro dignitoso, altri guardano ai paesi europei Francia, Germania, Belgio, Svizzera, Inghilterra, alcuni utilizzeranno queste esperienze per sostenere le famiglie in Italia e tornare, altri non torneranno più se non per qualche giorno di vacanza. Lo sviluppo economico post anni 50 porterà molte famiglie a trasferirsi verso i grandi centri dove il boom industriale consentirà di trovare la casa popolare, lo stipendio fisso, l’acquisto dell’automobile e degli elettrodomestici, oggi presenti in tutte le case e che allora rappresentavano un cambio di passo rispetto al passato.
Questi processi indeboliscono il nostro sistema economico, comune alle zone montane e collinare del nostro Paese, ed aprono la strada alle politiche assistenziali che diventeranno alternative allo sviluppo: pensioni sociali effimere, cantieri forestali che, nell’Amiata, arrivano ad avere 1200 operai, politiche assistenziali accompagnate alla crisi del settore minerario inginocchieranno l’Amiata.
Lo sviluppo dei servizi negli anni settanta la sanità, la scuola, la crescita della pubblica amministrazione, la risposta importante di crescita offerta dal cambio generazionale alla guida delle storiche attività artigianali e lo stesso “progetto Amiata”, non compensano queste perdite anche se contribuiscono a costruire un ceto medio capace di costruire coesione sociale e stimolare la crescita culturale della società locale.
In questo processo ci sono punti di rottura accentuatosi negli ultimi vent’anni sui quale occorre riflettere, il ridimensionamento dei servizi pubblici , la difficoltà delle aziende, la continua emigrazione dei cervelli che le nostre scuole hanno formato e la denatalità che si accentua di anno in anno..
Questo a mio avviso è il primo corto circuito della nostra comunità, la sempre minor presenza di un ceto d’interconnessione sociale e l’emigrazione di professionalità che non identificano il loro futuro nel territorio.
Forse i primi processi d’immigrazione che abbiamo conosciuto è avvenuto alla metà degli anni 50 con la Riforma agraria.
Svariate famiglie originarie delle Marche, dell’Abruzzo, risulteranno aggiudicatari dei poderi dell’Ente Maremma nella campagna di Montenero e nel contempo svariate famiglie di Casteldelpiano, di Montelaterone, di Seggiano risulteranno aggiudicatari di poderi nella Maremma.
Significativi processi immigratori interregionali, li abbiamo tra la fine degli sessanta e l’inizio degli anni settanta. Lo sviluppo dell’edilizia farà da traino all’immigrazione e la necessità di mettere su famiglia favorirà la nascita di coppie miste che consolideranno nuove realtà. La crescita dei servizi nella Sanità, nella scuola contribuiranno a costruire nuovi equilibri in un tessuto seppur debole nel quale il ceto medio assolve ad un ruolo centrale di coesione sociale e di sviluppo.
Il vero momento di svolta lo avremo negli anni ottanta dove l’esplosione della Centrale Nucleare di Chernobyl alimenta una migrazione dovuta all’emergenza sanitaria. La crisi albanese spinge a varcare i confini del Mediterraneo, la fine dell’Unione Sovietica e l’immigrazione dai paesi dell’Est Europa inducono tante donne a guardare all’Italia ed all’Europa Occidentale. Il nostro stato sociale stava mutando e richiedeva nuove energie di supporto alle famiglie, penso alle badanti, l’economia aveva bisogno di maggiori energie nell’edilizia, nelle lavorazioni industriali, nel sostituire mestieri artigiani in sofferenza.
Possiamo oggi affermare che la comunità nel suo insieme ha saputo reagire a questi cambiamenti, integrarsi e ricostruirsi senza eccessivi scossoni, aiutati da una radice europea comune ed all’appartenenza religiosa prevalentemente cattolica.
Questi mutamenti le ritroviamo già nei libri dell’anagrafe e nell’ossatura comunale che contribuisce a costruire i nuovi “Cioli”.
Il cambiamento profondo dei processi d’immigrazione lo registriamo a partire dalla metà degli anni novanta. La crisi e le guerre in Medio Oriente la crisi crescente nei paesi a sud del Mediterraneo hanno spinto milioni di persone a ricercare un futuro migliore in Europa.
Lo sviluppo del settore agricolo, la nascita di grandi aziende vitivinicole ed olivicole, l’attrazione dei prodotti toscani nel mondo, l’invecchiamento delle popolazioni occupate in agricoltura, sollecitano l’ingresso di nuova mano d’opera.
Iniziano così le prime migrazione delle popolazioni curde, turche, marocchine, ingressi in parte governate dai decreti flussi, emanati annualmente dal governo con i visti d’ingresso ed il nascere di canali paralleli dove ingressi clandestini, sfruttamento, caporalato forme di nuovo schiavismo prendono il sopravvento.
Anche queste popolazioni in parte seguiranno il percorso degli altri, il trasferimento delle famiglie, definendo singole comunità capaci di svilupparsi velocemente visto l’elevato grado di natalità che le caratterizza. Questa immigrazione si porta dietro le divisioni dei territori di provenienza, spesso alimentano tensioni e conflitti sfociati in atti di violenza, generando così una sensazione di insicurezza collettiva ed alimentando pregiudizi che spaccano la comunità. La prevalenza della religione musulmana, contribuisce a rendere più difficile l’integrazione e gli integralismi che plasmano alcune comunità fa crescere la diffidenza reciproca.
Risulta così complesso l’amalgama della comunità in via di definizione.
In questo contesto complessivo credo però che alcune questioni vadano approfondite ed in qualche modo affrontate sia sul piano istituzionale e sociale.
Esiste un mercato immobiliare in movimento, edifici di valore sono stati acquistati dalle nuove famiglie che da noi hanno deciso di costruire il loro futuro e d’altro canto, anche per la crisi, si acquistano case a poco prezzo.
Casteldelpiano ha un patrimonio immobiliare privato enorme e la cui gestione condiziona l’andamento dell’economia ed indica le dinamiche sociali della comunità.
La casa è l’emblema delle diseguaglianze sociali e determina uno spartiacque nella vita delle famiglie.
Lo abbiamo vissuto noi alla fine degli anni sessanta con l’emigrazione dal centro storico, (Poggio), verso i nuovi quartieri residenziali in costruzione a Casteldelpiano, lo stiamo osservando oggi dove le famiglie immigrate di prima e seconda generazione sono protagoniste di un mercato immobiliare di grande pregio.
Lo stiamo osservando rispetto all’acquisto di molte unità immobiliari il cui utilizzo è destinato all’affitto, magari a caro prezzo, a coloro che svolgono lavori stagionali in agricoltura, ed in altri casi assistiamo ad un veloce ricambio di inquilini che certamente non sono turisti.
A volte viene naturale porsi la domanda se non siamo diventati, oltre al resto, una piattaforma strutturata di transito e di passaggio di migranti verso altri parti dell’Italia e dell’Europa.
Sul caporalato non mi soffermo, in questi mesi si sono mosse le organizzazioni sindacali in particolar modo la C.G.I.L, la Regione Toscana e l’impoverimento, la miseria per non dire schiavitù che genera è sotto gli occhi di tutti.
Con queste questioni facciamo i conti in una comunità dove oggi possiamo tranquillamente affermare che i “cioli” sono una minoranza.
Allora è questa situazione che stiamo vivendo e gli slogan remigrazione o simili non ci portano da nessuna parte.
Le regole della convivenza civile comune in gran parte sono scritte e vanno condivise, l’illegalità va combattuta senza sconti per nessuno, i clandestini e chi commette reati vanno espulsi, dopo di che con gli altri che sono regolari, magari sfruttati, alcuni integralisti che facciamo? È una domanda che assilla buona parte dell’occidente e coinvolge anche noi.
Mentre ci confrontiamo con l’intelligenza artificiale non possiamo non farlo anche con questa complessità e riguarda la formazione culturale di tutti, per confrontarsi con storie ed identità diverse alla nostra.
Il sistema istituzionale è coinvolto non solo dal punto di vista dell’ordine pubblico, ma chiama in causa il ruolo dei servizi sociali e consultoriali basti pensare al problema della natalità e la prevenzione, la formazione scolastica ormai in trincea nell’affrontare questa nuova complessità, il sistema di relazioni da mettere in campo. Non esistono scorciatoie ed è una strada che debbono intraprendere chi, pur riluttante, non può che misurarsi con una realtà che li accoglie ma nella quale debbono vivere e convivere e coloro che questa comunità ed i suoi valori la vivono da sempre ed hanno contribuito a costruirla.
In questo scritto so bene che non ci sono risposte, ho voluto fornire un quadro, una cornice spero la più vicina alla realtà offrendo un terreno di confronto che questo giornale saprà autorevolmente ospitare.
Claudio Franci