
È passata da diversi mesi la Santa Pasqua ma vogliamo ritornare a parlarne prendendo in considerazione un affresco in cui è raffigurato un tema iconografico tra i più importanti. Si tratta di uno dei momenti più rappresentati della Passione: Il Compianto sul Cristo morto, che succede alla Deposizione dalla Croce e precede la Resurrezione.
Presentiamo qui un’opera che lo celebra straordinariamente, dipinta da Giotto fra il 1303 e il 1305 a Padova, nel ciclo di affreschi della Cappella Scrovegni, con Storie di Maria e di Cristo. Leggiamola insieme fissando i valori essenziali sul piano estetico, su quello dei contenuti e oltre.
La composizione presenta, nel registro inferiore, Gesù morto disteso a terra con la Madre che avvicina il proprio capo a quello del Figlio, sollevandolo; Maria Maddalena, seduta a terra, gli prende i piedi tra le mani, un’altra figura femminile gli solleva le mani, e, Giovanni Evangelista, in posizione eretta, leggermente inclinato in avanti, allarga le braccia in un atteggiamento di chiara rassegnazione.
A destra due figure maschili barbate assistono al fatto: sono Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea.
A sinistra, un nutrito gruppo di donne, visibilmente commosse, si assiste alla scena.
Il punto focale dell’insieme è rappresentato dalle teste di Gesù e di Maria su cui l’occhio dell’osservatore è guidato dalla roccia che, in diagonale dalla destra, discende verso sinistra in basso e sulla quale si eleva, sulla destra della composizione, un alberello dai rami spogli, che simboleggia il collegamento della Terra al Cielo e della Morte all’Eternità.
Nel cielo azzurro volteggiano dieci Angioletti che si muovono in varie direzioni esprimendo, così, un forte pathos. Le forme sono caratterizzate da un senso di marcata plasticità, sono essenziali, prive di ornamenti. Anche il colore è usato in funzione dell’esaltazione del valore plastico, in particolare la figura di spalle col mantello verde sembra scolpita in un blocco di pietra, così come le altre che dimostrano tutta la loro solidità fisica.
Il forte sentimento del dolore, però, è naturalmente contenuto perché i personaggi non si esprimono con gesti particolarmente forti ma mantengono una significativa compostezza.
Vogliamo concludere con delle osservazioni di natura psicologica affidandoci agli studi sulla “Percezione visiva”, alla “Psicologia della Gestalt” o “Psicologia della forma” nata in Germania nel primo ventennio del XX secolo. Se si osservano le figure femminili dal primo piano per arrivare a quella di San Giovanni Evangelista, ci accorgiamo che il passaggio graduale dalla posizione seduta della Donna col manto verde a quella eretta dell’Evangelista, mette in evidenza il “fenomeno Phi” teorizzato da Max Werteimer che consiste nel percepire il movimento delle singole figure come espresso da una sola che si sposta a tratti consecutivi. Inoltre, se si prendono in considerazione le posizioni delle stesse figure, ci rendiamo conto che sono inserite in un cerchio virtuale che ha il centro fra le teste della Vergine e del Figlio, nel quale manca un settore che l’occhio dell’osservatore è portato, mentalmente, a chiudere e a completare, principio che la Gestalt definisce come “Legge della Pregnanza”. Valori indispensabili per una lettura corretta e completa dell’opera altrimenti approssimativa e insufficiente. È l’invito al fruitore di leggere un insieme compositivo non come una somma di elementi che costruiscono il tutto ma rendere l’osservatore parte attiva che mentalmente costruisce l’insieme che da statico nella realtà diventa dinamico per il suo intervento mentale.
Giombattista Corallo