I misteri di Monticello Amiata

Intervista esclusiva con Sherlock Holmes e John Watson su “Sherlock Holmes e i segreti di Monticello Amiata”, scritto da Simone Fagioli e pubblicato da Effigi.

sherlock holmes effigiGiugno 2025 – In un’epoca in cui i misteri sembrano svanire di fronte alla logica e alla scienza, due figure leggendarie emergono dalle nebbie del tempo per raccontarci un’avventura che sfida ogni aspettativa. Sherlock Holmes e il suo fedele biografo, il Dottor John Watson, ci accolgono nel loro studio di Baker Street 221b, non per disquisire di crimini londinesi, ma per svelare i retroscena di un’indagine che li ha condotti ben oltre i confini della nebbiosa Inghilterra: nel cuore pulsante della Toscana. Un’indagine che, come rivelato nel nuovo avvincente romanzo scritto da Simone Fagioli, “Sherlock Holmes e i segreti di Monticello Amiata”, pubblicato da Effigi di Arcidosso ai primi di giugno, ha messo alla prova il loro ingegno in un contesto inaspettato e ricco di storia. Siamo qui per ascoltare le loro parole, per cogliere frammenti di un’esperienza che promette di affascinare i lettori, pur senza ovviamente svelare i nodi cruciali di una trama intricata e avvincente.

L’inizio di un viaggio inatteso.

Giornalista. Buongiorno, Signor Holmes, Dottor Watson. È un onore essere qui. Il vostro nome è indissolubilmente legato a Londra, eppure il libro di Simone Fagioli ci trasporta in un luogo ben diverso: la Toscana. Signor Holmes, cosa vi ha spinto a intraprendere un viaggio così insolito?

Sherlock Holmes (con un leggero sorriso enigmatico). La verità, caro amico, è che la logica non conosce confini geografici. Le trame più complesse, le sfide più stimolanti, possono emergere in qualsiasi angolo del mondo. In questo caso, una questione di estrema delicatezza, che affondava le sue radici in un intrigo internazionale, mi ha condotto in Italia, in Toscana per la precisione. Un filo sottile, ma persistente, mi ha guidato verso la provincia di Grosseto, un territorio che, a prima vista, potrebbe sembrare lontano dalle nostre consuete indagini, ma che si è rivelato un crocevia di interessi e segreti.

John Watson. Devo ammettere che l’idea di lasciare la familiarità di Baker Street per le campagne toscane non mi entusiasmava inizialmente. Tuttavia, la determinazione dell’amico Sherlock e la promessa di un enigma degno del suo ingegno hanno prevalso. E, a posteriori, posso affermare che l’esperienza è stata tutt’altro che noiosa. La Toscana, con la sua storia e le sue peculiarità, ha offerto uno scenario affascinante per le nostre indagini.

G. Il libro si muove nel 1932, l’anno dell’indagine. Un periodo storico denso di cambiamenti. Quanto ha influito il contesto dell’Italia di quegli anni sulla vostra ricerca?

S. H. Il contesto storico è sempre un elemento cruciale in ogni indagine. Il 1932 in Italia presentava delle dinamiche sociali ed economiche molto specifiche. La narrazione di Simone, con la sua meticolosa ricerca storica, ha saputo integrare perfettamente questi elementi. La Cassa Rurale Cattolica di Prestiti e Risparmio di Monticello Amiata non è certo uno sfondo, un pretesto, ma il vero e proprio fulcro attorno al quale si sviluppano eventi e si celano verità. Comprendere le vicende di questa istituzione, realmente esistita, è stato fondamentale per dipanare la matassa.

J. W. Sì, Simone ha fatto un lavoro eccellente nel ricostruire l’atmosfera di quel periodo. Ci siamo trovati immersi in un microcosmo rurale dove le tensioni sociali e le difficoltà economiche erano palpabili. Questo ha aggiunto un ulteriore strato di complessità all’indagine, rendendola ancora più avvincente. Le vicende della miniera di manganese dell’Aquilaia, anch’essa storicamente documentata, si sono intrecciate in modo sorprendente con il mistero principale.

Un enigma che affonda le radici nel passato.

G. Senza svelare la trama nel racconto appare un “evento improvviso e drammatico” che

funge da catalizzatore per la vostra indagine. Ecco, potete darci un’idea della natura del mistero che vi siete trovati ad affrontare?

S. H. Ogni mistero, per sua natura, è un groviglio di fili che si dipanano dal passato. In questo caso, l’enigma che ci ha condotto a Monticello Amiata affonda le sue radici in vicende storiche e finanziarie complesse. Si trattava di portare alla luce verità scomode, celate per anni, che avevano avuto un impatto profondo sulla comunità locale, e non solo. L’indagine si è concentrata sulla comprensione delle dinamiche che hanno portato al declino della Cassa Rurale e sul ruolo che certi individui, con i loro ambigui maneggi, hanno giocato in questo scenario. Il Barone Albrecht Gruner, una figura di cui avevo già avuto sentore a Londra, si è rivelato essere un elemento chiave in questa intricata vicenda, con i suoi interessi legati alle materie prime e le sue operazioni finanziarie poco trasparenti. Ed anche Elena Marletti è un personaggio che ci ha dato filo da torcere… sempre sfuggente.

J. W. È stato affascinante osservare Holmes mentre ricostruiva gli eventi, pezzo dopo pezzo, come un mosaico. Le “voci” che circolavano tra la gente del posto, i racconti di famiglie rovinate e di beni confiscati, hanno fornito indizi preziosi. Holmes, con la sua consueta astuzia, ha saputo distinguere tra pettegolezzi e frammenti di verità, utilizzando anche una copertura ingegnosa per infiltrarsi nell’ambiente locale. La sua capacità di connettere eventi apparentemente scollegati e di vedere oltre le apparenze è stata, come sempre, sorprendente.

G. Qual è a vostro parere l’aspetto più intrigante di questa avventura toscana che cattura l’attenzione del pubblico?

S. H. L’aspetto più intrigante, a mio avviso, risiede nella fusione tra la finzione narrativa e la realtà storica. Simone ha saputo creare un’opera in cui il mio metodo deduttivo si applica a un contesto autentico, basato su ricerche d’archivio rigorose. Non si tratta solo di un giallo, ma di uno spaccato di storia locale italiana, con le sue peculiarità e le sue sfide. Il lettore viene invitato a riflettere su quanto la storia ufficiale possa talvolta trascurare verità significative, e su come il genio investigativo possa svelarle.

J. W. Per me, l’elemento più affascinante è stato il contrasto tra la tranquillità apparente di Monticello Amiata e la profondità dei segreti che custodiva. Nei luoghi più inattesi possono annidarsi misteri complessi e personaggi ambigui. La lotta tra giustizia e potere, un tema universale, emerge con forza in questa narrazione, rendendola non solo un’indagine avvincente, ma anche una riflessione sulla natura umana.

L’arte visiva del mistero.

G. Il libro è riccamente illustrato con immagini originali e anche la copertina è particolare. Quanto sono importanti questi elementi visivi per un romanzo che intreccia storia e finzione?

S. H. L’aspetto visivo di un’opera letteraria, specialmente una che si propone di trasportare il lettore in un’epoca e un luogo specifici, è di fondamentale importanza. Le immagini, se ben scelte, possono evocare l’atmosfera, suggerire dettagli e arricchire l’esperienza di lettura senza bisogno di lunghe descrizioni. Nel caso di questo volume, le illustrazioni di Angela Isolini, davvero evocative e misteriose, e la copertina non sono semplici abbellimenti, ma elementi che contribuiscono a immergere il lettore nel contesto storico e nell’aura di mistero che avvolge Monticello Amiata. Sono un invito visivo a esplorare i segreti che si celano tra le pagine.

J. W. La copertina, in particolare, con lo stemma di Monticello Amiata tratto da un manoscritto del Seicento conservato alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, vero scrigno di tesori, è un esempio eccellente di come l’arte possa dialogare con la storia. Non è solo esteticamente gradevole, ma è anche un richiamo diretto alla profondità della ricerca storica che ha sostenuto la narrazione. Ogni dettaglio – dalla scelta del carattere alla composizione, alle dimensioni, un vero tascabile – contribuisce a creare un’aspettativa nel lettore, suggerendo un’opera che è al contempo un giallo avvincente e un’esplorazione del passato. Le immagini interne, poi, sono state selezionate con la stessa cura, fornendo al lettore spunti visivi che completano il quadro narrativo senza mai svelare troppo.

Riflessioni sull’avventura in Toscana.

G. Signor Holmes, dopo questa esperienza in Toscana, c’è qualcosa che vi ha particolarmente sorpreso o che ha messo alla prova le vostre consolidate capacità deduttive?

S. H. Ogni nuovo caso è una sfida, e l’ambiente della Toscana, con le sue peculiarità culturali e storiche, ha offerto un terreno fertile per l’applicazione dei miei metodi. La sorpresa, se così posso dire, è stata la profondità con cui la storia locale si intrecciava con le vicende personali e finanziarie. Non si trattava solo di decifrare codici o seguire tracce materiali, ma di comprendere le dinamiche umane, le speranze e le delusioni della comunità di Monticello Amiata. Questo ha richiesto una sensibilità e una capacità di osservazione che vanno oltre la mera logica, ma che sono comunque parte integrante del mio approccio.

J. W. Ho notato come Sherlock si sia adattato rapidamente al nuovo ambiente, cogliendo sfumature che a molti sarebbero sfuggite. La sua capacità di “leggere” le persone e i luoghi, in un contesto a lui estraneo, è stata ancora una volta straordinaria. Questa avventura ha dimostrato che il suo genio non è confinato alle strade di Londra, ma è universale, capace di svelare la verità ovunque essa si nasconda.

G. Dottor Watson, come biografo di Holmes, quale messaggio spera che i lettori traggano da questo racconto della vostra avventura in Toscana?

J. W. Spero che i lettori possano apprezzare non solo l’ingegno di Sherlock nel risolvere un mistero complesso, ma anche la ricchezza del territorio in cui l’indagine si svolge. Il libro di Simone Fagioli è un invito a esplorare una pagina poco conosciuta della storia italiana, e a riflettere su come il passato possa influenzare il presente. È una storia che parla di segreti, di giustizia, e della tenacia con cui la verità, per quanto scomoda, può emergere. E, naturalmente, spero che possa ispirare un rinnovato interesse per le avventure del mio caro amico, anche quando si svolgono in luoghi inaspettati. E stimolare infine a visitare questa parte della Toscana meno nota, la provincia di Grosseto, il Monte Amiata.

G. Molte delle vostre indagini sono state trasformate in film o serie televisive, per altro molto avventurose. Vorreste che anche questa a Monticello Amiata divenisse un film? Con quale regista e protagonisti?

J. W. Vederci sui grandi schermi non può che farci piacere, solletica il nostro ego, soprattutto quello del mio caro amico Sherlock. Ed allora sì, anche i segreti dell’Amiata sarebbero un bel film, a metà tra azione e riflessione, sapientemente diretto da Ron Howard, che di misteri se ne intende.

S. H. Il mio buon amico ha parlato di un grande regista, ed allora per la mia parte vorrei un grande attore, Tom Hanks, maturo, attento, elegante, perfetto per interpretarmi… Ma per il caro John non mi viene in mente nessuno…

G. Signor Holmes, un’ultima domanda. C’è un aspetto di questa indagine toscana che, pur non potendolo rivelare nel dettaglio, vi ha lasciato un segno particolare?

S. H. (con uno sguardo pensieroso). Ogni caso lascia segni, ma quelli che ci costringono a confrontarci con la fragilità umana e con le conseguenze delle scelte, sia individuali sia collettive, sono i più memorabili. La Toscana, con la sua bellezza e la sua storia ha fatto da sfondo a una vicenda che, pur nella sua specificità, riflette temi universali. Mi ha ricordato che, al di là delle deduzioni e delle prove, c’è sempre una dimensione umana che merita di essere compresa e, se possibile, protetta. E questo, forse, è il segreto più grande di ogni indagine.

G. Grazie mille, Signor Holmes, Dottor Watson, per il vostro tempo e per queste preziose anticipazioni. Non vediamo l’ora di leggere “Sherlock Holmes e i segreti di Monticello Amiata” e di immergerci in questa affascinante avventura toscana.

Da Venerio
Aurelio Visconti
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