Il Progetto ArcheoAmiata, che l’anno scorso ha proposto un ciclo mensile di conferenze sullo straordinario patrimonio archeologico del Monte Amiata e delle sue valli, ha sin dall’inizio voluto creare un dialogo tra il mondo della ricerca e le comunità locali. Se da un lato i ricercatori hanno potuto presentare al pubblico lo stato dell’arte delle indagini archeologiche tra l’Amiata e le sue valli, dall’altro sono sempre state incoraggiate le segnalazioni e le proposte di siti sconosciuti o misconosciuti.
Da questo scambio, da questa condivisione è nato l’interesse per il Progetto, che ogni anno evolve, per diversi siti e tematiche: Castel della Pertica ad Abbadia, le vasche e i palmenti, le macine e i mulini, il Santuario dell’Antefissa a Seggiano e il sito della curtis di Mustia.
Il sito di Mustia, oggi identificabile con l’area di Podere la Pieve, riveste un’importanza capitale per comprendere le dinamiche insediative altomedievali sul Monte Amiata e la loro evoluzione dall’Età romana.
È inoltre fondamentale per lo studio dello sviluppo, economico e amministrativo, dell’Abbazia di San Salvatore e della potente famiglia Aldobrandeschi.
Infine, il sito gioca un ruolo esemplare nei primi fenomeni di incastellamento nell’area.
Antica Pieve di Mustia, dettaglio delle murature dell’abside.
Antica Pieve di Mustia, tratto conservato del muro occidentale.
Antica Pieve di Mustia, tratto conservato del muro settentrionale.
Una Storia scritta nei documenti…
Il nome stesso “Mustia” potrebbe derivare dal termine latino monasteria, ovvero anche dalla parola musteus (mosto), ipotesi entrambe suggestive.
L’importanza del sito di Mustia è chiaramente testimoniata dalla relativa ricchezza di citazioni nei documenti medievali.
Grazie al Codex Diplomaticus Amiatinus, è possibile seguirne le complesse vicende almeno dal 738 fino al 1188. Questa documentazione scritta fornisce una base preziosa per inquadrare il sito nel contesto storico dell’epoca, caratterizzata da intense contese per il dominio del territorio montano, un controllo tutt’altro che scontato: né la forza delle armi, né protezioni altolocate bastarono mai a garantirlo per lungo tempo.
Dai documenti storici risulta che Mustia fosse una curtis. Nell’VIII secolo d.C., l’azienda curtense era una tipica struttura economico-sociale: una grande proprietà fondiaria destinata alla produzione agricola. L’estensione media di una curtis poteva variare notevolmente in base alla regione, alla fertilità del suolo e all’importanza del proprietario.
Nel nostro caso, possiamo seguire la storia del sito dal 738, quando nella Massa (grande concertazione di beni, fondi e terreni) Mustiba, viene stipulato un contratto commerciale; nell’853 l’autorità imperiale dona a San Salvatore le curtes di Lamula e di Mustia e le citazioni di quest’ultima curticella proseguono per tutto il IX secolo. Nel X secolo Mustia compare come corte e anche come casale, come villaggio, mentre dall’XI secolo inizia a comparire associata al Castello di Montenero.
Ed è qui che la trama comincia ad infittirsi perché proprio la presenza del castello farà da catalizzatore per la progressiva perdita di controllo dell’Abbazia sulla Corte: nuove famiglie si affacciano sulla scena e gli Aldobrandeschi contendono, con alterne vicende ma con sempre maggiore forza, il territorio all’ente ecclesiastico.
Ciò nonostante, il sito mantiene una grande importanza e il suo fulcro si sposta sulla pieve di Santa Maria di Mustia, chiesa battesimale percettrice di decime già dal XII secolo, che mantenne il suo prestigio nel tempo, nonostante le venisse contrapposta la Pieve di Santa Lucia in Montenero; infatti, sopravviveva ancora nel XVIII secolo e la troviamo nelle note su Montenero di Luigi Antonio Paolozzi che nei vari giri, viaggi e sopralluoghi che faceva per la montagna in qualità di Cancelliere del Granducato, raccoglieva materiale per la pubblicazione dell’amico Giovanni Antonio Pecci “Lo Stato di Siena antico, e moderno”:
“Ma ora venghiamo alle Chiese, la prima Chiesa matrice col titolo di Pieve come lo conserva ancora al presente, benché trasferita a Montenero era la Pieve di S. Maria a Mustia lontana dal castello un miglio verso i monti di Monte Latrone. Ella è una piccola Chiesa colla casa del Pievano, ove abita in tempi d’estate, ed abitazione per un romito, ha un solo altare colla Tribuna dietro semi circolare, ha attorno delle rovine di case, da cui si comprende la sua antichità. Ha dipinta in Tavola un Immagine di M.SS.ma col Bambino in braccio, e nella mano sinistra un fiore con S. Giovanni e S. Stefano, e nello sfondo due paesini con torri, e fabbriche, è detta volgarmente La Madonna della Pieve di Montenero celebre pel concorso dè fedeli circonvicini. […] La Chiesa di S. Lucia dentro al Castello, oggi Pieve col fonte battesimale trasferitovi dalla Pieve a Mustia è di libera collazione, a cui è annessa l’altra di S.Biagio.”. (BETTI R., 2017, Luigi Antonio Paolozzi tra l’Amiata e la Val di Chiana, p. 199).
Studioso scrupoloso, alternava la disanima dei documenti con l’esplorazione e l’osservazione del territorio, e infatti la descrizione della chiesa di Mustia è accurata e autoptica: “Nel mio viaggetto a S. Antimo il di 26.27 settembre passato, che ho già descritto, nel dormire la sera alla Pieve a Mustia di Montenero, osservai quel tratto di Paese di la dell’Orcia,e notai per dove (…) potea passare, (…) l’antica strada di Chiusi e Roselle, per dove passarono i Galli e le Armate Romane;” (Lettera n. 93 del 16 dicembre 1762, Paolozzi-Pecci.)
E sempre dal Paolozzi veniamo a sapere che sul finire del Medioevo, la Pieve di Mustia passa alla Diocesi di Montalcino: “Nel secolo XVI in un certo inventario fatto l’anno 1557 chiamasi la Pieve di S. Lucia di Monte Nero con tutti gli suoi annessi in la Diocesi di Montalcino e alla Pieve vecchia detta la Pieve a Mustia in la corte di Montenero un podere murato.”
…Confermata dalle indagini archeologiche
Parallelamente allo studio dei documenti, le indagini archeologiche condotte nei decenni passati, in particolare le ricognizioni intensive nella zona alla fine degli anni ’90 e nei primi anni 2000, hanno permesso di individuare notevoli elementi di interesse nei dintorni del sito di Mustia. Queste ricerche sul campo, pur affrontando le sfide di un territorio prevalentemente boscoso che rende difficile la visibilità archeologica, sono riuscite a gettare nuova luce sul paesaggio altomedievale e sulle preesistenze individuabili sul sito, come leggiamo nella Carta Archeologica della Provincia di Siena (BOTTARELLI L., 2004, Carta archeologica della Provincia di Siena, VII, Radicofani, p. 211).
“Una foto aerea ha evidenziato tracce di umidità nel terreno arato. Durante una verifica, sono state identificate tre aree con media concentrazione di ceramica, incluso un frammento di parete con ingobbio rosso databile tra la tarda età romana e il periodo tardo antico. Sono inoltre presenti agglomerati di strutture, privi di reperti datanti in connessione, che sembrano indicare la presenza di strutture insediative in direzione nord-est dai ruderi principali.”
Ad oggi, nella boscaglia, sopravvivono chiare tracce di un complesso, con una pianta quasi quadrata (circa 14×16 metri) e una nicchia (forse il piccolo abside) sulla parete sudorientale. La struttura è realizzata in pietra a spacco con inserti lavorati con maggiore cura ed era suddivisa in almeno tre ambienti, o corpi di fabbrica interni.
Il complesso era costituito dalla Pieve, a cui si addossavano altre costruzioni, come la casa del parroco e un piccolo romitorio, secondo descrizioni risalenti al Settecento.
Mustia e il Medioevo sconosciuto
La storia di Mustia, documentata e supportata da evidenze archeologiche, ci riporta a un periodo cruciale ma ancora in parte sconosciuto del Monte Amiata. Un’epoca in cui imperatori, potenti abati, conti ambiziosi e signorotti locali si contendevano il controllo di terre preziose e strategiche: ricche di materie prime e in posizione ottimale per il controllo delle aree di strada.
In questo contesto, gli insediamenti altomedievali (VIII-X secolo) mostravano spesso un carattere sparso e comunque piuttosto aperto anche quando si possono individuare dei nuclei di accentramento. Tuttavia, a partire da un certo momento, nel corso dell’XI secolo, si assiste a una più marcata tendenza all’accentramento, favorito dalla nascita di nuovi punti di riferimento e concentrazione, come i castelli.
È anche interessante notare come, in alcune aree, gli insediamenti altomedievali sembrino mantenere, in diversa misura, tracce di frequentazione romana. Questo suggerisce che in alcuni casi la transizione dal mondo antico al Medioevo non fu una rottura completa, o repentina, ma vide una continuità dell’utilizzo dei siti, riflettendo la persistenza di strutture e sistemi insediativi molto antichi, spesso risalenti almeno all’età romana e dimostrando che la transizione delle forme di insediative e di uso del suolo tra Tardo antico e Medioevo fu più graduale e lenta di quanto comunemente non si ritenga. Le risorse montane, le vie di comunicazione e le aree coltivabili e di pascolo influenzarono in modo diacronico la distribuzione e l’organizzazione del popolamento.
Siti come Mustia, dunque, e altri al momento oggetto di studio e ricerca, sono fondamentali per gettare una nuova luce su questo affascinante e complesso periodo storico. Le loro pietre, nascoste nella boscaglia, insieme alle testimonianze scritte, ci parlano di un paesaggio in continua evoluzione, plasmato da secoli di interazione umana, lotte di potere e sfruttamento delle risorse, che manteneva talvolta legami sorprendenti con un passato ancora più remoto.
La ricerca continua, con la speranza che scavi mirati possano fornire ulteriori risposte e rendere ancora più chiaro il quadro del Monte Amiata medievale.
Mustia e il Progetto ArcheoAmiata
Come già illustrato, il sito di Mustia è ampiamente noto nell’ambito della ricerca archeologica, anche se questo non si è mai tradotto in ricerche approfondite e nella sua evoluzione in una risorsa culturale per il territorio.
La missione che si propone Progetto ArcheoAmiata intende proprio colmare questa lacuna:
Grazie a questo approccio si parte dalla ricerca per arrivare alla tutela e alla valorizzazione e ciò che prima era un insieme di informazioni disperse e quasi inutilizzabili, diventa una risorsa culturale che può, e deve, essere poi integrata nel patrimonio naturalistico e nel tessuto economico e sociale del territorio.
Antica Pieve di Mustia, la pieve, ancora esistente nella cartografia di XIX secolo (1808-1814 Pianta dimostrativa della vera posizione della Comune di Cinigiano […], Archivio di Stato di Siena).
Antica Pieve di Mustia, la pieve, nella cartografia di XVIII secolo (seconda metà del XVIII sec. Diocesi Montalcino, Archivio di Stato di Firenze).
Antica Pieve di Mustia, rilievo 3D e sezione, a laser scanner dei resti superstiti della Pieve.
Antica Pieve di Mustia, le rovine della Pieve, ancora ben visibili nella fotografia aerea del 1954.